| Ratzinger ed il dialogo interreligioso.
1/7/2010
“Il Reno si getta nel Tevere”. Così
intitolava la copertina del suo numero
59 la nostra rivista [Sodalitium, rivista dell'IStituo Mater Boni Consilii, ndr], riprendendo un’opera sul Vaticano II di Padre
Wiltgen. Nel 1967, Padre Wiltgen voleva
esprimere il fatto che le dottrine liberali e
protestanti dei paesi del Reno si erano gettate
– col Vaticano II – nelle acque romane
e cattoliche del Tevere. Mi venne in mente
quell’espressione non solo perché Joseph Ratzinger è originario di uno di quei paesi
bagnati dal Reno, la Germania, e durante il
Concilio fu teologo del cardinale Frings ed
esponente di spicco dell’ala modernista al
Concilio, ma anche perché impressionato
dalle immagini che ritraevano Benedetto
XVI a Colonia, proprio sul Reno, mentre si
recava alla Sinagoga della città tedesca.
Da allora, gli avvenimenti si sono succeduti,
ed abbiamo visto lo stesso Benedetto
XVI passare il Tevere per recarsi alla Sinagoga
di Roma.
In questo lasso di tempo, il teologo che
contribuì al trionfo del Modernismo nell’aula
conciliare, sta mettendo in pratica
con costanza e fedeltà il medesimo programma
di allora, come egli stesso ha d'altronde
dichiarato fin dal giorno successivo
alla sua elezione. Vediamo i punti salienti
di questo programma conciliare.
Innanzitutto, Ratzinger non ha corretto ma ha anzi portato avanti – fedele a questa
nuova ortodossia e nuova tradizione conciliare
– il dialogo interreligioso approvato
dal Concilio nella dichiarazione Nostra
Ætate. Non è stato sconfessato “lo spirito di
Assisi”, come lo dimostrano tra l’altro le visite
compiute da Ratzinger alle moschee
maomettane come alle sinagoghe israelite.(...)
In secondo luogo, Ratzinger ha confermato
e persino accelerato il movimento
ecumenico nato nel protestantesimo, condannato
dall’enciclica Mortalium animos di
Papa Pio XI, e fatto proprio dal Vaticano
II. Dopo l’iniziale entusiasmo (degli ecumenisti,
naturalmente) detto movimento
era entrato in un lungo periodo di stanca,
se non di crisi, minato da interminabili incontri
e discussioni che non approdavano a
nulla, mentre il nome cristiano tendeva a
scomparire sempre più nel nostro mondo
secolarizzato. L’ancor breve governo (di
fatto) di Joseph Ratzinger sembra averlo rivitalizzato
con abbondanti iniezioni di “tradizione”.
Non parliamo certo della divina
Tradizione rivelata da Dio, incompatibile
con l’eresia ecumenista, ma di un certo qual
pan-tradizionalismo che Joseph Ratzinger
sembra prediligere rivolgendo le sue attenzioni
ecumeniche all’ala tradizionalista degli
Anglicani, alle pretese “chiese ortodosse”,
in primis quella Russa, e all’ala destra
del protestantesimo, ovvero la “chiesa” luterana,
basandosi sull’“accordo” siglato (e
continuamente da lui ricordato) sulla Giustificazione,
che pretende mettere d’accordo
Lutero e il Concilio di Trento, il diavolo
e l’acqua santa (...).
La visita di domenica 14 marzo al tempio
luterano di Roma (che, come il tempio
maggiore ebraico, è una conseguenza della
libertà religiosa imposta alla Roma papale
dai cannoni della breccia di Porta Pia), visita
compiuta sulle orme di Wojtyla, il quale
a sua volta si recò nel tempio luterano sulle
orme di Lutero, consacra questa apertura
ai luterani. Per concludere, l’ecumenismo
ratzingeriano si estende anche – e logicamente
– ai “tradizionalisti” cattolici della
Fraternità San Pio X: il motu proprio sulla
Messa cattolica definita “rito straordinario”
dell’ordinario rito modernista, la levata delle
scomuniche ai vescovi lefebvriani, l’inizio
del dialogo ecumenico con la Fraternità
San Pio X, inserisce ufficialmente detta
Fraternità nel movimento ecumenico ed assicura
a quest’ultimo una vigorosa cura di
tradizionalismo; una sola condizione: che la
verità venga considerata solo più come una
opinione.
Infine, Ratzinger ha elaborato in maniera
compiuta, per quel che riguarda i rapporti
tra lo Stato e la Chiesa che il Concilio
affrontava nella dichiarazione Dignitatis humanæ personæ, la dottrina della laicità
positiva, che vede nella separazione totale
tra Stato e Chiesa teorizzata dai fondatori
degli Stati Uniti nel XVIII secolo, e prima
ancora dai Padri Pellegrini, il modello ed il
regime ideale da applicare ovunque. Lo
Stato non deve riconoscere la sola unica
vera religione, ma deve proteggerle e promuoverle
tutte. Per lo Stato, la religione
non è più un nemico da combattere – come
nel laicismo giacobino – ma una benefica
influenza da promuovere, anche qui ad una
sola condizione: che nessuna religione pretenda,
almeno nella vita pubblica e nell’ordinamento
giuridico, essere la sola vera religione:
l’unico, vero, grande nemico del
nuovo laicismo, è l’INTEGRALISMO!
Quello islamico, certo, ma anche quello
cattolico, se mai cercasse di farsi sentire.
Chiamiamo le cose col loro nome: Ratzinger
sta applicando – volens nolens,
scienter vel non – il programma di quella
che Mons. Jouin, approvato da Pio XI,
chiamava la Giudeo-massoneria.
E questo, anche, nelle sue aperture alla
Tradizione. Di questo può stupirsi solo chi
non conosce il Modernismo; crede esso di
aver trionfato con il Vaticano II, in realtà,
il modernismo ha già perso, perché è la negazione
della Verità. Ha già perso, perché
la Chiesa lo ha condannato con l’enciclica
Pascendi. Ha già perso, perché un cancro
può certo distruggere e autodistruggersi,
ma non edificare. A noi il compito di non
cedere alle sirene conservatrici di chi vuole
conservare il modernismo, per non essere
coinvolti nella sua inevitabile rovina.
di don Francesco Ricossa
tratto dall'Editoriale del n° 64 - anno XXVI n.3/2010
del Periodico "Sodalitium"
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