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Regno delle Due Sicilie
Gianfranco Fini: uno storico improvvisato alla corte dei poteri forti.
13/6/2010

In occasione di un convegno dal titolo “Nazione e Stato. L’Italia di Ricasoli e di De Gasperi” anche il presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, ha deciso di unire la sua voce ai latrati filo-risorgimentali che ormai da qualche mese riempiono la penisola di una fastidiosa cagnara, cui ha dato il via Giorgio Napolitano. La defezione di molti “revisionisti”, sedotti dalle fusa governative se non attratti dal tintinnare dei soldi e dalla “serietà” dei convegni incravattati, ha tolto molte baionette all’assalto critico che il revisionismo avrebbe potuto fare con assoluta serietà e serenità. La mancanza di una presenza sostanziale di queste voci permette invece alle sirene filo risorgimentali di strillare in continuazione e, per giunta, di assumere atteggiamenti che se non si possono dire disonesti sono quanto meno diseducativi. Se infatti i discorsi filo-risorgimentali non volessero essere dei peana e delle autoincensazioni dovrebbero quanto meno attenersi a due norme di “buona educazione” storiografica: distinguere con chiarezza i fatti storici dall’interpretazione degli storici ed evitare di cercare di influenzare il giudizio storico col ricorso ai fatti del presente, spesso presentati in chiave sentimentaloide più che realistica. A queste norme non si è mai attenuto Napolitano nei numerosi discorsi sull’argomento e nemmeno Fini nell’occasione del suddetto convegno per la celebrazione del bicentenario dalla nascita di Bettino Ricasoli. La prolusione in questione, per quanto breve, mette in rilievo questioni di un certo interesse e perciò merita qualche menzione. Seppur nel contesto dell’ordinario insignificante vaniloquio d’occasione (“futuro di coesione, di libertà e di progresso”;”valori fondamentali […] di progresso economico e rigore morale, tra identità culturale e laicità dello Stato”; “combattere la disaffezione verso la politica […] colmare i ritardi nella modernizzazione del sistema-Paese”), Fini, o chi per lui ha scritto il discorso, ha lasciato trasparire la mens con cui interpreta il Risorgimento. Sembra nel complesso che Fini, forse in virtù del suo incarico istituzionale, sia dominato da un eclettismo di fondo dagli ampi contenuti culturali che riesce a fare stare insieme in un’unica visione Ricasoli, de Gasperi, Mazzini, Cattaneo e Volpe.

Fini rivendica un ruolo liberatorio e palingenetico alla costituzione dell’Italia unita tanto da addivenire ad alcune affermazioni vacillanti se non addirittura ridicole. Dire che i valori del Risorgimento “sono i valori di una sovranità nazionale che persegue una via di affermazione non contro ma in armonia con la civiltà dell’Europa liberale”, di fatto significa rendersi colpevole di un’affermazione che o è del tutto evidente oppure è una chiara mistificazione. E’ infatti evidente che i nazionalismi siano stati lo strumento utilizzato dai liberalismi per imporsi ed è altrettanto evidente che la vittoria finale dei nazionalismi liberali europei coincida con la Prima Guerra Mondiale e la distruzione dell’Impero Austro-Ungarico. Ma un eloquio così entusiasta sembra nascondere che il progetto della civiltà liberale europea, ben lungi dall’essere stato conseguito pacificamente, sia stato realizzato attraverso rivoluzioni, guerre e sconvolgimenti che costarono la vita a milioni di persone: molto difficile pare pertanto parlare di “armonia”. D’altronde se consideriamo rettamente i nazionalismi europei (liberali o di altro colore ideologico poco cambia), tra i quali è sicuramente da annoverare il nazionalismo risorgimentale italiano, non possiamo non constatare come essi abbiano avuto una funzione destabilizzante e non armonizzante dell’ordine continentale così come esso era stato realizzato nel Congresso di Vienna, tanto che la storia dell’Ottocento è stata storia di rivoluzioni nazionalistiche e liberali, più che di guerre. A questi nazionalismi non si può peraltro non attribuire la responsabilità principale dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, alla quale è legata necessariamente anche la Seconda per il tramite dell’umiliazione della Germania voluta dal nazionalismo revanscista francese.

La cosa realmente interessante del disegno che soprassiede all’intero discorso è che l’ex-post-fascista Gianfranco accetta in pieno l’interpretazione continuista di Risorgimento-Repubblica già proposta in più occasioni da Napolitano (“Momento cruciale nel processo di trasmissione dei valori del Risorgimento nell’odierna Italia democratica e repubblicana è certamente stata la fase dell’Assemblea Costituente e della ricostruzione economica e civile nel dopoguerra.”). Questa visione, del tutto ideologica e ridicola dal punto di vista storico, avrebbe dovuto essere completata con la terza R di mediazione tra le due, la Resistenza, di cui però Fini evita di parlare, anzi sembra addirittura voler avvalorarne una tesi contrapposta usando en passant il termine “guerra civile”. Pare così che la visione finiana proponga una sorta di pacificazione nazionale che elide totalmente il problema del fascismo, comunque considerato negativamente (si cita solo di passaggio il carattere di “dittatura”), e che ritrova nell’Italia repubblicana, considerata in tutte le tendenze politiche, l’avveramento delle promesse risorgimentali (“La classe dirigente della ricostruzione avverte comunque il bisogno di riannodare i fili con l’Italia del Risorgimento. Il richiamo alla stagione fondativa dello Stato unitario era avvertito, in vario modo, in tutte le culture politiche che concorsero alla scrittura della Carta costituzionale.), tesi che avvalora citando dalla sua parte anche De Gasperi, che si riteneva a sua volta continuatore dei cattolici liberali ottocenteschi (ne cita un discorso: “La libertà difesa dai cattolici […] ha integrato e sostanziato il pensiero della libertà politica che fu propria dei cattolici del 1848. E’ per questo che possiamo dire che questo secondo Risorgimento della patria si può riallacciare al Risorgimento nazionale”). La vera chiave della lettura del pensiero finiano sul Risorgimento potrebbe essere però il riferimento esplicito a Gioacchino Volpe (“uno storico che mi è caro”), grande storico del Novecento, il quale come è ben noto aderì al Partito Nazionale Fascista ma guadagnò, anche grazie alla protezione accordata ad alcuni intellettuali antifascisti, una patente di benevolenza anche in seguito alla caduta del regime. Volpe, molto vicino a Giovanni Gentile, nel 1927 scrisse un volume intitolato L’Italia in cammino nel quale dava la sua particolare interpretazione della funzione del fascismo nella storia italiana: questo doveva portare a compimento quella rivoluzione “liberale” che i liberali avevano abbandonato, votandosi a cause di partito o ad interessi personali. In seguito ai Patti Lateranensi le speranze di Volpe nel Regime fascista vennero calando, essendo la pacificazione con la Chiesa in totale contraddizione col fascismo risorgimentalista da lui auspicato. L’itinerario seguito da Volpe non fu raro nella cultura italiana dell’epoca: molti intellettuali legati al fascismo, tra cui anche molti discepoli di Gentile, si staccarono dal filosofo ministro dopo i Patti Lateranensi per passare poi, durante o dopo la guerra, all’antifascismo militante . L’itinerario seguito da questi, come ha ben documentato e giustificato filosoficamente Augusto del Noce, è tutt’altro che incoerente in quanto segue il filo del risorgi mentalismo liberale anticattolico, che invece Gentile aveva abbandonato in quanto dominato dall’idea della pacificazione del Risorgimento (fascista) con il cattolicesimo. In questa luce non può non apparire anche una certa somiglianza col cammino politico di Fini, riguardo al quale certamente va però tenuto in conto un opportunismo politico sicuramente superiore alla coerenza teoretica. Ad ogni modo Fini non si esime anche dallo strizzare l’occhio a Vittorio Messori, cattolico conservatore sicuramente ostile al Risorgimento, il cui “Grazie all’Italia” citato, va però letto in chiave totalmente avulsa da ogni simpatia per il processo rivoluzionario risorgimentale, esprimendo più che altro una visione di italianità più vicina anche a quella proposta dal compianto professore Cesare Mozzarelli.

La mano tesa a tutti del presidente della Camera però si ritrae immediatamente stizzita di fronte a coloro che criticano il processo risorgimentale e la creazione del Regno d’Italia: nulla salus per i revisionisti! Fini infatti dichiara con una certa convinzione: “E’ bene però chiarire che la consapevolezza dei problemi storici del nostro Paese non deve in alcun modo fornire il pretesto per revisionismi antirisorgimentali fuorvianti e anacronistici”. Ovvero studiate quanto volete tanto la conclusione è già scritta e a nessuno è permesso di oltraggiarla! L’Ipse dixit finiano rincara inoltre la dose: non solo non è possibile criticare ma chiunque deve accettare l’assioma fondamentale del risorgimentalismo italiano. Questo assioma, del tutto indimostrato, viene enunciato nella seguente frase: “deve rimanere chiara l’idea che l’impresa compiuta dalla generazione dei Cavour, dei Ricasoli e di tutti coloro che realizzarono l’unità d’Italia fu un’impresa grandiosa nella storia italiana ed europea”. Che il risultato conseguito sia di grande portata (il che non vuol dire per forza di cose buono) è fuori discussione ma l’argomento postulatorio di Fini trascura del tutto i mezzi e le cause che portarono alla conquista sabauda della penisola, analizzando sbrigativamente solamente alcuni degli effetti. L’unificazione amministrativa, varata proprio sotto il governo di Ricasoli nel 1865, è una delle scelte del governo italiano meno comprensibili alla luce della storia precedente e più che una sana scelta, sembra un’indebita applicazione del sistema francese delle prefetture a un tessuto sociale e storico totalmente differente. La costruzione delle ferrovie, unico primato che l’indebitato Piemonte cavouriano poteva vantare rispetto agli altri stati italiani, fu una delle più lucrose risorse servite sul piatto d’argento dell’imprenditoria massonica “italiana” ed “europea” (tra coloro che ne ebbero l’appalto troviamo i nomi di Adami, Bastogi, Lemmi e Rotschild). Il sistema scolastico e universitario unitario fu costruito tramite l’estromissione e la soppressione delle congregazioni religiose che fino ad allora l’avevano esercitato, in primis la Compagnia di Gesù, e votato fin da subito all’ideologizzazione delle masse più che all’educazione (vedi ad esempio la Storia della letteratura italiana di De Sanctis o le Lezioni di Settembrini). Ancor più sprovveduta sembra l’affermazione che tutto questo sia stato fatto “confutando lo scetticismo di molti”; se tra questi molti intendiamo infatti anche gli insorgenti del sud, la frase assume addirittura un aspetto sinistro in relazione al fatto che è ben noto come lo “scetticismo” dei “briganti” sia stato “confutato” con fucilazioni in massa, deportazioni e condanne a morte decretate con sentenze lombrosiane. L’unico aspetto che può parere condivisibile è quello sulla rettitudine morale della Destra storica (trascurando evidentemente le implicazioni morali degli eccidi perpetrati al sud) che risplende però soprattutto in opposizione alla corruzione della Sinistra, addestrata da quel “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamoci gli affari nostri” mirabilmente messo per iscritto dalla caustica penna di De Roberto.

Più seria e attenta sembra invece la riflessione sulla realizzazione del modello centralista anziché quello autonomista e federalista. Fini evita di esprimere il giudizio personale sull’opzione centralista (“Non c’è dubbio che si tratti di una seria questione storica, che deve essere affrontata nella sede che le è propria, cioè quella della scienza storiografica. Spetta agli studiosi rispondere alla domanda del perché fu scelta una strada invece che un’altra”), la quale comunque gli pare giustificata da “minacce all’unità” e “condizioni sociali e politiche”. Quest’ultima espressione pare del tutto indeterminata: quali sono queste presunte condizioni? Parrebbe che anche in questo caso il riferimento sia alla guerra civile scoppiata al sud che fu evidentemente anche una minaccia all’unità. Ad ogni modo, pur ricordando come “una parte significativa della prima classe dirigente dell’Italia unita sarebbe stata favorevole all’autonomia e al decentramento”, il presidente della Camera evita di segnalare come la sconfitta delle tendenze federaliste, e in particolar modo del progetto redatto da Minghetti che avrebbe sancito un assetto federale in cinque macroregioni, fosse stata una delle cause di una profonda rottura all’interno della classe dirigente. Indubbia mi pare invece la pretesa finiana di riportare, contro ogni acritica fantasia leghista, Cattaneo al suo giusto milieu risorgimentale: il federalismo di Cattaneo non è assolutamente in antitesi con l’unificazione italiana ma rappresenta unicamente un modello di organizzazione territoriale all’interno di una cornice italiana. In definitiva anche il discorso di Fini ha un pregio evidente: il federalismo avrebbe potuto essere una proposta accettabile (non è comunque possibile valutare quanto migliori sarebbero stati gli effetti) ma è inutile fantasticare e sproloquiare su di esso come fa la Lega!

di Davide Canavesi
Comunità Antagonista Padana
Università Cattolica del Sacro Cuore
Milano


















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