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Regno delle Due Sicilie
La crisi è dietro l'angolo? La soluzione c'é.
17/7/2008

Il Ministro dell'Economia Tremonti non usa mezzi termini quando dichiara alla Camera (17 luglio 2008) che "La crisi in atto potrebbe aggravarsi" e che l'Italia ha "il terzo debito pubblico del mondo".

Certamente questo fardello così pesante che da intere generazioni pesa sulle spalle del popolo italiano e che è destinato a restare come un macigno sul futuro dei nostri giovani, é da ascrivere alle nefandezze della classe politica democristiana, liberale e comunista della cosiddetta "prima repubblica".

Ma lo stesso Tremonti, fustigatore di circoli élitari e tecnocratici doverebbe sapere che la Spada di Damocle più pesante per le finanze pubbliche italiane é rappresentata dall'onere del debito. Ossia dall'ammontare degli interessi sul debito pubblico che l'Italia paga sui titoli emessi. Ogni anno, solo per questa voce di spesa, l'Italia sborsa oltre 70 miliardi di Euro. Una voragine destinata ad allargarsi a seguito dell'aumento dei tassi di interessi in "Eurolandia" decisa qualche giono fa dalla Banca Centrale Europea (SPA).

E lo stesso Ministro dell'Economia sa certamente che questo cratere destinato ad assumere profondità inimmaginabili ha una causa ben precisa ed una data certa: il 1981. In quella data, infatti, si consumò tra la Banca d'Italia ed il Ministero del Tesoro il cosiddetto "divorzio". E' certo che, fino a quel momento, la Banca d'Italia sottoscriveva la quota di BOT, CCT, BTP (i titoli del debito pubblico) che non venivano assorbiti dal mercato (e quindi il Tesoro Italiano era sicuro che tutti i titoli collocati sarebbero stati sottoscritti). La Banca d'Italia fungeva perciò da "sottoscrittore residuale".

Dopo il "divorzio" questo meccanismo non esisteva più. E che conseguenza ha prodotto? Semplice: lo Stato italiano per far sottoscrivere tutti i titoli é stato costretto ad innalzarne i rendimenti per renderli più "appetibili" ai risparmiatori. La conseguenza ovvia é stata l'esplosione, dal 1981, dei tassi d'interesse e dell'inflazione a due cifre. Infatti, mentre nel 1980 la percentuale della spesa per interessi sul debito pubblico pagati dallo Stato ammontava a solo il 6,4%, nel 1985 era del 10% circa (il 9,9% per essere precisi). Nel 1983 i tassi d'interesse nominali pagati dallo Stato erano del 18%, i più alti dei paesi industrializzati.

La questione di fondo, allora, é che la crisi che si sta per aggravare dipende essenzialmente dalla circostanza che gli Stati non hanno più il potere di battere moneta e di fissare autonomamente il rapporto di cambio con le altre valute.

Prima questo potere era stato "scippato" al nostro paese dalla Banca d'Italia che, malgrado il nome, era ed é una SPA privata. Oggi, con l'ingresso nell'UEM, tale potere é stato sottratto agli Stati e trasferito - de facto e de iure - alla Banca Centrale Europea (anch'essa una SPA privata).

Attualmente si sta innescando una crisi da "sottoconsumo": le famiglie non spendono, le imprese non vendono, le industrie non effettuano investimenti, lo Stato non percepisce entrate tributarie se non attraverso la "tosatura delle vecchie pecore" in una sorta di valzer vertiginoso che terminerà con la caduta dei ballerini dal precipizio.

Come invertire la rotta? Semplice. Attraverso la restituzione del potere d'acquisto alle famiglie messe sul lastrico da un potere bancario che spesso fa rima con usuraio. Attualmente, agitare lo spauracchio dell'inflazione contribuisce ad allontanare la soluzione e la cura. La causa dell'inflazine (l'aumento generalizzato dei prezzi) è frutto dell'aumento del prezzo del petrolio deciso dagli speculatori che stanno preparando la guerra in IRAN. Non è colpa dei lavoratori che spendono "cifre da capogiro" determinando una domanda superiore all'offerta. E' la classica inflazione da costi e, per di più, importata con una moneta fortissima. Infatti, la politica dei redditi decisa dai governi e dagli industriali (con la complicità dei sindacati) é stata - dal 1992 in poi - di lacrime e sangue solo per i lavoratori: a partire dall'eliminazione della "scala mobile" (l'indennità di contingenza) sostituita dall'elemosina dell'EDR (Elemento Distinto della Retribuzione) pari a 10,33 euro. (1) Perciò insistere sull'aspetto dell'inflazione da un punto di vista monetario (c'é troppa moneta in circolazione) é fuorviante.

Come fare per restituire capacità di spesa alle famiglie? L'esperienza lo indica: "monete locali e complementari" che distribuite dai Comuni (o dagli Enti Locali secondo il principio di sussidiarietà) alle famiglie più indigenti consentano di incrementare immediatamente il reddito falcidiato da tasse, balzelli e mutui. Le famiglie spenderebbero nei negozi convenzionati per l'acquisto dei generi di prima necessità; i commercianti aderenti alla convenzione si impegnerebbero a non aumentare i prezzi ed ad accettare questi "buoni sconto" come parte del prezzo di vendita in misura minima prestabilita. A loro volta, gli stessi commercianti riutilizzerebbero gli stessi "buoni sconto" per effettuare i propri acquisti e così via. Una sorta di "buono sconto che cammina" per stimolare i consumi a livello locale e rappresentare un'ancora di salvezza per le famiglie più povere e, per questo, maggiormente esposte alla crisi che si sta profilando all'orizzonte.

Diceva il grande Ezra Pound che "un popolo che non si indebita fa rabbia agli usurai..." ed aggiungeva anche che "i politici non sono altro che i camerieri dei banchieri...".

NOTE:

1) La "scala mobile" era un meccanismo di protezione per i percettori di reddito fisso maggiormente danneggiati dall'inflazione. Infatti, quando i prezzi aumentano ed il reddito resta immutato, si riduce la quantità di beni che è possibile comprare con la stessa quantità "nominale" di moneta. Per evitare che i lavoratori subissero le crisi inflazionistiche, il meccanismo (introdotto nel dopoguerra e rivisitato più volte fino agli anni '80) determinava un incremento dei salari nominali ogni volta che l'inflazione cresceva. Gli economisti e gli industriali hanno criticato questo aspetto osservando che in tal modo non si faceva altro che detrminare la cosiddetta "spirale salari-prezzi-salari". Cioé tale meccanismo avrebbe autogenerato inflazione. Essi osservavano che se i salari crescevano a seguito della scala mobile, ciò rapresentava un aumento dei costi di produzione per le imprese che reagivano, aumentando i prezzi e generando inflazione. Tuttavia, non si capisce, come mai in periodi di inflazione i tassi di interesse (che costituiscono la remunerazione di chi presta danaro) devono aumentare; le tariffe devono aumentare; i prezzi devono aumentare; le rendite devono aumentare. Le remunerazioni di tutti i protagonisti della produzione devono aumentare: Stato, capitalisti, imprenditori, ecc. Solo ai lavoratori si chiede di stringere la cinghia per contenere l'inflazione.

di Gianvito Armenise
Responsabile Movimento Politico Cattolico "Azione e Tradizione"


















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